LE SPALLE D'ORO (un estratto)

Aggiornamento: 7 apr 2021



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Ricordi le spalle dʼoro sulle quali salivo

ad arraffare lʼetà buona del fiore

messo fra i vetri a sedere sul muro

dellʼorto che da casa tua sta a tre minuti?


Ricordi quando a spolverarle stavi ore

dalle perdite aggrumate dellʼoleandro

messo fra gli aranci a colorare

lʼorto che da casa tua sta a tre minuti?


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Nel sette dʼAgosto, tra accesi tassi mansueti, mi si rivelano, lucide e splendenti, le vetrate della Palmhus.

Chiedendo nulla al Mondo, se non il suo tumulto, mʼingozzo a chilogrammi di luce dʼoro e tʼassaggio: del giallo e del verde delle barbe scese dallʼarco della serra sai, e di cose, anche, che non portano diciture; di spiazzo sai e dʼocchi scintillanti fino al mento: uva, pettinature.

E non cʼè palmeto, a quanto vedo, che possa tenerti dal grattarti con un bastone levigato. Come la zolla sollevata dʼun prato.


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Nel dodici dʼAgosto, fra i bui balsami dʼun viale turchino, nel peggioramento delle mie euforie, affaticato dalle ellissi sgrovigliate delle sofore, allucinato dai fiori luminescenti delle ninfee, lusingato dai gialli spenti dei becchi dei paperi, mi lego, adottandomi, alla visione del veduto.

Prenditi cura del mio sguardo, ti riguarda.

E quando ti guardo usami riguardo: questo sa dirsi lo sguardo: non sa guardare ma guardarsi.


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Nel diciannove d’Agosto, semafori appesi alle finestre, mattinata d’acqua per le strade, rumori di bus e grida, dopo un mal sognato di grugni affacciati, sento venire adesso, fra pensieri su religione e sospetti, al di là del domandare ragione ai sentimenti, insinuante, il desiderio di teppismo.

La città dell’uomo è pressappoco l’uomo stesso: se io la spacco, spacco anche me stesso.


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La specchiera in faccia alla quale

ti lavi i denti è il tuo tempio.


La luce con cui accendi il bagno

è pagana, matrigna, magica:

filtra dalla fessura come una lama argentata

ed entra nell’occhio del corridoio

accecandolo, arieggiandolo.


Io so che quel che ho salutato

è il meglio di quel che potevi deciderti

ed afferro lo spago di luce, la lama

e a piedi, scostandone la cortina umida

entro nel bagno: sul tuo viso vince

il servilismo egiziano, l’odore

dolciastro dell’abbandono: la lacrima.


Ti lavi i denti e le labbra subiscono

si gonfiano, iniziano un maremoto

e quasi annegano nel gomitolo

di schiuma di menta. Sono un gioiellino:

rosse, bianche… e le maioliche saltano

dalla finestra e cadono in giardino.


Sciacqui e sputi ed il lavandino

si profuma del tuo ultimo bocchino.

Sei devastante: piangi ed io ritiro

il mio addio: ti resto a fianco, vicino.


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Sbalzato dal basso di questa sera

nutrito dal piacere delle tue fiche

impietritomi davanti a quest’oro opaco

mi riparto in buone e meno parole:

e per farmi contento ti guardo.


E dagli occhi e dal respiro vedo

che stai per parlare: il labbro

sfiora l’altro: invisibile

la collana di queste tue lettere

nel mondo si va versando.


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Il tessuto verbale

messo agli argini

dei tuoi respiri

è cosa delicata

un russare del pensiero

fra le pieghe dei miei qualcosa.


E’ tessuto, non grezzo ma tinto:

un rosso non di papavero