M'HA DETTO RACHELE (un estratto)

Aggiornato il: ott 13

a R.N.


XX

M’ha detto Rachele

che una sera di tanti anni fa

ma di così tanti anni fa, talmente tanti

che stiamo parlando dell’inizio della storia con il suo uomo

dieci anni fa, minuto più, minuto meno

così m’ha detto Rachele

una sera di tanti anni fa, lei, con il suo uomo

andò ad una festa privata o ad un rave

ma più una festa privata che un rave

in un posto assurdo, m’ha detto Rachele

un posto con una diga, con una diga e un bosco.

Lì trovarono lo sbiruglio di qualche tiro

e ballarono a lungo, all’aperto, sotto le stelle

d’un agosto di dieci anni fa, minuto più, minuto meno.


M’ha detto Rachele che

un po’ la casualità tipica d’una festa

che poi è simile e vale allo stesso modo di quella d’un rave

un po’ la bamba, un po’ i superalcolici, un po’ l’agosto

un po’ il ballare, un po’ il salutare, un po’ il chiacchierare

ad un certo punto

in quella baraonda di po’

Rachele m’ha detto

Rachele perse di vista il suo uomo

ma non se ne curò poi tanto:

c’era da ballare e in corpo la vodka e la bamba

c’era l’incontrare e c’era l’agosto, c’era la diga e c’erano le stelle.


M’ha detto Rachele

che nella selva di facce incontrate, facce riconosciute

facce salutate, facce evitate, ad un certo punto

m’ha detto Rachele

una faccia piaciuta, la faccia d’un ragazzo che ballava

la faccia d’un ragazzo dipinta in centro al quadro puntinato

di quella serata d’agosto fatta di ballo e festa ai piedi d’una diga

dell’entroterra fichidindico di dieci anni fa

minuto più, minuto meno.


Hanno cominciato a ballare insieme

m’ha detto Rachele

e il suo uomo boh

la bamba

la vodka

la musica

allora lei, Rachele, prese quella faccia piaciuta

la prese per mano e se la trascinò nel bosco

e lì nel bosco si sentì presa come un coniglio

gettato fra i tronchi dalle fauci d’una tigre.


M’ha detto Rachele

Rachele come avesse dieci anni in meno

m’ha detto Rachele

con un sorriso stroboscopico

che poggiata la schiena al tronco

che con le mani a prendere i rami

che con le mani ad appendersi ai rami

che con la faccia al tronco

che fra due alberi a gambe divaricate

che nel pieno vortice del buio denso

scavato fra gli alberi di quel bosco

loro si persero, si presero e si persero

senza mai trovare un definitivo stare

ma muovendo come un esercito in rotta

tutta la loro voglia di fottersi, di amarsi.

M’ha detto Rachele

m’ha detto che nel bosco c’era un buio nerissimo

un buio di bosco, denso come spesso

quasi tenebra, un’aria di miele petrolio

e che quel nero formava come un confine

quel buio di quel bosco e il bosco stesso

erano, infatti, una vera e propria enclave nella festa

rispetto alla musica, al ballare, alle luci, alla diga.


M’ha detto, Rachele m’ha detto

che si stavano ancora infuriando immersi

in tutto quel buio e quel legno

quando la festa finì, quando il suo uomo, non trovandola

cominciò nei luoghi abbandonati dalla festa

fino al limite del buio e del bosco

a chiamarla a gola spalancata.

"Rachele! Rachele!" così, il suo uomo

che la cercava, disperato di non trovarla.


M’ha detto RacheleRachele pignatta d’ori e damaschi

che finirono senza fretta di fare quello che volevano fare

che quei "Rachele!" non furono interruttivi, anzi

e che, ricomposta in ogni sua parte

bocca, mani, gonna e reggiseno

salutata quella faccia piaciuta, quella faccia di ragazzo

tornò alla diga, prese il suo uomo per mano

lo prese e lo portò nel bosco e nel buio del suo segreto.

Rachele, Rachele mille inizi, Rachele verme d’amore solitario.


E, pensando ai segreti di Rachele

ho capito anche che lei non ne ha per me

lei che mi dice tutto, anche i segreti

lei, per me, non ha segreti.

E questa verità senza segreti che Rachele m’accorda

mi pone necessariamente in un posto speciale

del suo amare

mi pone necessariamente in quella condizione

che, con un segreto di meno

si avvicina prima al dolore e poi al cuore

e che, con un segreto in più

si avvicina subito al candore e più tardi alla disperazione

che la verità sempre scava dentro

la trincea ipocrita e guerriera dell’amore.


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XXI

M’ha detto Rachele

Rachele arcobaleno, Rachele patrimonio genetico

che c’è stato un periodo

qualche anno fa, pochi anni fa

c’è stato un periodo in cui, per un po’

si vedeva spesso la sera con una sua amica

ci si vedeva spesso e spesso uscivano insieme

e andavano in un locale vicino agli Archi

un locale pieno d’amiche sue con cui beveva

lei, Rachele, Rachele marinaio, e la sua amica

l’amica con cui in quel periodo spesso si vedeva e spesso uscivano insieme.


M’ha detto Rachele

Rachele somma di racconti, labirinto di trame

che in quel periodo aveva, fra i tanti, un amante

che l’aveva presa di più, un amante per cui si dava verso

e quindi, spesso, in quel periodo di qualche anno fa, pochi anni fa

si usciva spesso, nello spesso, in tre.

Lei, la sua amica e l’amante, l’amante di Rachele.


M’ha detto Rachele

e me l’ha detto seduta proprio in quel locale vicino agli Archi

e me l’ha detto un po’ di mesi fa

qualche anno dopo quel qualche anno fa di pochi anni fa

e mentre mi diceva quel che m’ha detto

me lo diceva indicandomi le cose, le provenienze

come il direttore d’orchestra che guida la propria sinfonia

la sinfonia dell’amore avventuroso di Rachele.

M’ha detto Rachele, quindi

che lì in quel locale vicino agli Archi

sempre è riuscita a sbirugliarsi la bamba

per sé, per l’amica e anche per l’amante

perché sapeva a chi chiedere e come chiederlo m’ha detto

perché Rachele se vuole qualcosa

l’ha già nell’attimo in cui decide di volerla

e questo non me l’ha detto Rachele

lo dico io.


Ogni tanto la bamba

m’ha detto Rachele

Rachele bambina con le mani nel tiramisù

gliela dava un tipo che lavorava nel locale

di fronte a quel locale vicino agli Archi

un tipo che appena vedeva Rachele le ronzava attorno come una vespa

e, sia se era sola, sia se con le amiche, sia se con il suo uomo

sia se con l’amante, sia se con altri amanti, sia se con altre amanti

sempre lui le sussurrava all’orecchio, con formule diverse

la propria algebra erotica.


M’ha detto Rachele

Rachele ustione, Rachele ricovero immediato

che quei sussurri detti all’orecchio in tutti quei mesi di quel periodo lì

di qualche anno fa, pochi anni fa

le avevano scavato nel desiderio

non come si farebbe in agricoltura

ma come farebbe un piovasco su una pietra, piano.

Ma quella sera

e mi indicava il punto dell’incontro con le sue dita assurde

le sue dita compasso, Rachele, mentre mi diceva di quella sera

quella sera il tipo le venne all’orecchio e le disse

"Ti regalo una botta, vieni"

.E Rachele andò, senza dire niente all’amica, niente all’amante

con il tipo che lavorava nel locale di fronte a quel locale vicino agli Archi

andò nel locale dove il tipo lavorava.


Si chiusero nel bagno

così m’ha detto Rachele

più con gli occhi che con le parole me l’ha detto

più con le dita che con la voce

e tirarono la prima botta e il tipo, subitole disse, sempre all’orecchio

"Te ne regalo un’altra". E giù con la seconda.

E neppure il tempo di passarsi un dito sul naso, sulla bocca

e già Rachele era senza mutande

con le mani poggiate al lavandino, di schiena

la sua schiena che ha il codice genetico di un’onda.


M’ha detto Rachele

che il bussare alla porta del bagno di quel locale

di fronte al locale vicino agli Archi

dove aveva lasciato senza annunciarlo l’amica e l’amante

il bussare di chi s’era rotto il cazzo di aspettare

quel rumore sordo di bussare

era per Rachele

la più giusta sessione ritmica d’accompagno

la migliore tra le sottolineature percussive

che la canzone della loro fottuta si potesse auspicare.


M’ha detto Rachele

Rachele bere, Rachele tirare, Rachele amare

Rachele amara, Rachele amore

che, finito tutto, lei uscì e tornò

dall’amica e dall’amante che subito le chiesero "E per me?".

Rachele rispose “Me l’ha offerta. Per te niente”.

"Per te niente", tutto a RacheleRachele ingorda, Rachele che vuole

ogni cosa e di ogni cosa

cornice, polpa e cuore.


E penso, penso vuotando le tasche del soprabito

che a stento copre neppure un terzo del mio cuore

che chi ottiene il tempo di Rachele nulla sa del tempo di Rachele

che sa trasformare un quarto d’ora

in un racconto che comincia dal futuro e arriva al finora.

Nessuno sa cos’è per Rachele il tempo

ma io, a me pare, io penso, io credo

che per Rachele il tempo sia una sorta di setaccio

dove passano e vanno via, in levare

le angherie che sempre si serbano per il cuore in cuore

e dove restano in battere

i grumi trascinati dall’esondo equino dell’amore.


E, nel tempo di Rachele, io so di essere

la possibilità del tre quarti, che ha il suo perché

ma che non può sempre essere suonato, altrimenti stanca

e così tutti i tempi che il tempo di Rachele ha:

tutti sa suonare, tutti vanno suonati, altrimenti si stanca.


E questo per quello che il tempo fa, ma per quello che il tempo è

io so che il tempo di Rachele scivola in su e sale in giù

non pedina una direzione e non marcia lungo un’asse

il tempo di Rachele è una ruota panoramica ancorata alla pancia d’un fiume

dalla quale Rachele si affaccia salutando e sorridendo

alla vita che la attende lungo le sponde

a testa in su, nel luna park del suo amore

dove sono entrato al prezzo economico del mio cuore.


----------


XXII

Rachele ha, fra i tanti, anche questo privilegio

che la donna dabbene

non può concedersi:

la risata in luogo del sorriso

la beffa in luogo del sospiro

il desiderio in luogo dell’aspetto

l’amore in luogo del rispetto.


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XLVIII

M’ha detto Rachele

che c’è un momento in cui si capisce che la serata sta finendo

ed è quando la serata si disarma iniziando la sua ritirata

che coincide sempre o quasi con l’andarsene a casa

quasi sempre la propria, a volte non sempre.

M’ha detto Rachele

“Ora ti dico di come si ritirò una serata di qualche settimana fa

di come si è conclusa ti dico”.

Ed è questo ciò che m’ha detto Rachele.


Quella serata era iniziata presto

Rachele era tornata da un viaggio

e il cugino andò a prenderla all’aeroporto

e nel tragitto dall’aeroporto alla casa dell’uomo di Rachele

Rachele dal finestrino dell’auto incrociò il modo di una sua amica

e allora si fece lasciare lì su quel marciapiede

con tutte le valige a carico, due grandi e una piccola

ed era prima di cena

era prima di cena e Rachele e la sua amica andarono in un locale.

La sua amica era già ubriaca per via d’un suo dolore di capire la vita

e allora Rachele si ubriacò anche lei

perché non c’è modo migliore di capire un dolore se non emulandone un sintomo.

Si ubriacarono insieme per meglio capire la vita

ed in questo tentativo, in questo provarci

al bancone conobbero un ragazzo a cui dissero

veniamo tutte e due a casa tua

e glielo dissero con uno sguardo specifico

lo sguardo di chi tutto specifica, tutto spiega

con la freddezza felina d’un istante, con la rapidità lupesca dell’inequivocabile

con la decapitazione entrambica e medesima del dubbio e della sua ombra

con lo schiaffo vigoroso e acciaiato del palese.


Il ragazzo investito dall’urto del palese, dall’elasticità dello specifico

andando verso casa sua portò le valige a Rachele

che, come un singhiozzo, rimbalzava leggera sulla noia malinconica del feriale

sbrogliando le ombre cordiali di ogni marciapiede

con la pioggia viva del suo raccontare, del suo disfare, del suo custodire

ubriacando di parole la sua amica ubriaca

tessendo l’inequivocabile a cui il ragazzo, in cuor suo

fortunato fra i miracolati, senza attendere, si era già votato.


Arrivate a casa del ragazzo, Rachele e l’amica si chiusero in bagno

per una doccia, ma da lì non uscirono più

e poteva bene poco il ragazzo bussando, poteva niente

perché Rachele e l’amica, in quel bagno

decisero di escludersi ed escluderlo da tutto

presero i loro goderi e ne fecero un’unica linea

uccidendo in un sol colpo, di netto

l’immaginata geometria erotica dei tre angoli:

un angolo ZAC! e allora basta una linea

una sudata di pelle bagnata

sotto l’arco di trionfo di quella doccia di vetro.

Quella doccia ad alibi, di contesto e per pretesto.


Fu Rachele, così m’ha dettola prima ad inginocchiarsi

per meglio entrare la sua lingua

per meglio muovere la sua lingua

intorno all’amore, dentro lo stramazzo.

E nel frattempo, fuori dalla porta

distrutto dal desiderio, quel povero ragazzo...


Perché Rachele è così

è un fulmine che scombina persino gli atlantici dei rincasi.

Rachele fa così:

pensa e fa senza pensare di fare

senza pensare a cosa ha fatto, di cosa è fatto quel fare che ha fatto

a come si possa pensare di fare quel fare appena fatto.

Perché Rachele è inclemente, Rachele è un regalo

Rachele è un a caso, una finestra accesa, un cancello sbarrato

ed io ci penso alla sensazione di quel cancello sbarrato

che quel ragazzo, fuori da quel bagno

tradito ed escluso, ha sentito sulla propria faccia

ci penso perché quando Rachele mi dice quel che mi racconta

io sento sempre sulla mia fronte la mano di ferro della negazione

che tutto disfa, soprattutto il destino

che la trama di velluto intessuta con furia dal cuore

stupidamente ignora, concentrata com’è sui legami e sui nomi

sempre immaginati e spesso arbitrari dell’amore.


----------


LVII

Rachele

ho capito alcune cose stamattina

ho capito che semmai tornerai, semmai ti rivedrò

io prenderò il tuo ritorno come una sconfitta

perché se tornerai, è per smettere di essere la Rachele che ho conosciuto

la Gratia Plena, il Barocco Dio che ho amato

se tornerai, tornerai per mutarti in quella forma d’amore

che è amore per l’amore e non amore d’amore

e perciò non tornerai

perché nel tornare c’è il ritorno

il ritorno di quel quello che rimane tale a quello

semplicemente verrai, se tornerai

sottoforma d’altra Rachele, non la Rachele che ho amato d’amore

tornerai come una Rachele che mai ho amato

e che non riconoscendo dovrò presto dimenticare.


Perché per me Rachele tu sei quello che siamo stati

non quello che siamo diventati

e se tornerai, sarà perché l’amore d’amore che bruci respirandoti è finito

e i tuoi anni giovani avranno lasciatole tue vene, le tue mani

e nel cuore ti sarà entrato il verme dell’amore per amore

ovvero quel verme che scava il cuore degli uomini

quando il cuore si fa vecchio, quando il cuore si fa marcio.


Rachele

se mai verrai (tornando come sei diventata)

io ti dirò di ritornare (andando via come sei stata)

perché non sarebbe quella la Rachele che abbiamo amato

non quella la Rachele che abbiamo ammazzato.




******


Grazie a:

Claudia D’Oriano

per il bene dato e fatto, incondizionatamente

per il racconto, la cura, l’intorno

e per aver riscritto al computer l’intero poema


Emanuele Caputo Curandero

per l’ascolto, l’accoglienza, il sostegno

e la musica con cui ha vestito Rachele


Chiara Scarpa, Paolo Baiardini

Luca Guidi, Flavio Giurato

per aver dato, ognuno a suo modo

un po’ d’intorno alla voce di Rachele



Scritto a Roma

in metro, alle poste, alle fermate del bus

nelle ville, nelle chiese, nei parchi

per strada, nei musei, nei locali

in giro e dappertutto

e a Catania, Lisboa

in Trentino


Dal 28 Ottobre 2016

al 18 Maggio 2017

in permanente stato di febbre


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