INTERVISTA CON GIULIANO CIAO SUL MIO APPRENDISTATO CON FLAVIO GIURATO (1/4)

Aggiornato il: nov 12

DURANTE E PER LA STESURA DELLA SUA MONOGRAFIA "FLAVIO GIURATO. LE GOCCE DI SUDORE PIÙ DURO", GIULIANO CIAO MI HA INTERVISTATO IN MERITO ALLA MIA COLLABORAZIONE, AL MIO APPRENDISTATO, CON FLAVIO. FU UN'INTERVISTA LUNGHISSIMA E GIUSTAMENTE GRAN PARTE DI ESSA NON SI TROVA NEL LIBRO USCITO CON LA CRAC EDIZIONI. NE PUBBLICO ALCUNE PARTI, IN AMORE E IN GRATITUDINE DEL MIO MAESTRO.


Mi diresti in che occasione hai conosciuto Flavio. Credo ci sia un aneddoto interessante circa un vostro incontro su un campo di baseball, lui era il tuo istruttore. Me ne parleresti? Che impressioni ti fece Flavio? Che temperamento aveva?


Ho conosciuto Flavio a tredici anni sul bellissimo campo da baseball dell'Acquacetosa. Dalla prospettiva privilegiata di quel diamante, ho visto volare in cielo chilometri di stormi nella cornice azzurra e palpitante di diverse meduserie e ho visto anche, per l'unica volta della mia vita, in maniera chiara, la linea della pioggia avanzare. Dopo un anno passato agli ordini di un altro allenatore, venne ad allenarci quest'uomo altissimo e magro. Fu la rivoluzione: niente stretching, poco footing, ma solo sviluppo fisico sincronizzato alla mente, allenamenti simmetrici fra parte sinistra e parte destra del cervello, senso nuovo dell'esercizio, presa di coscienza del proprio spazio, linguaggio altro. Il nuovo allenatore, Flavio, ci faceva lavorare con le energie: ci metteva all'esterno centro e, mentre i nostri avversari facevano le solite cose, noi chiudevamo gli occhi e accarezzavamo i cavalli delle steppe russe. Fu la prima volta, nello sport e nella vita di fino ad allora, che mi trovavo in rapporto, in relazione, con la nervatura sensibile che scorre nel sottopelle d'aria del Mondo. Indimenticabile, indimenticato. Da allora Flavio è per me il Mister, che è come lo chiamo ancora. Ho scoperto che aveva inciso tre dischi soltanto molti mesi dopo, quando in un negozio di dischi musicali, alla lettera G del catalogo, vidi le ristampe digitali de "Il tuffatore" e di "Marco Polo".


Com'era Flavio, mi chiedi? Un'altra cosa, Giuliano, un altro mondo. Un alieno, un'anomalia. È arrivato nella mia vita come un meteorite su un melograno. Non ti dico altro.


Che rapporto hai instaurato con Flavio? Come è cambiato nel tempo il vostro rapporto? Cosa rappresenta oggi per te?


Per parlare del rapporto che ho con Flavio mi viene facile se lo divido in tre fasi. La prima va dai miei tredici anni fino ai miei diciotto, la seconda dal 1998 al 2007, la terza è quella di oggi.


Se ti parlo della prima fase del nostro rapporto allora ti devo parlare anche di Ivan Cipriani, all'epoca un mio compagno di squadra. Flavio ci veniva a prendere a casa, ci portava al campo (e questo l'ha fatto anche quando non ci ha più allenato), ci portava da Omero, mitico bar di Montesacro, ci prendeva sempre da mangiare e da bere, segnava sul conto e poi ci riaccompagnava a casa. Piano piano ci ha fatto conoscere Caterina, la moglie, e più tardi l'appena nata Maria Bianca, per noi Mary Jo, la prima figlia. Il suo primo figlio, Thomas, lo conoscevamo già, era un compagno di squadra, un amico. Così io e Ivan abbiamo cominciato a frequentare Flavio fra le molte pareti della sua vita emotiva, familiare. All'inizio saltuariamente, poi ogni venerdì della settimana. E i venerdì erano chiamate cene e le cene erano chiamate "Entry", un nome che significava la messa in quadra delle sue assi musicali. Questo significava che il Mister ci stava facendo entrare anche nel suo laboratorio artistico. Più tardi è arrivata Charlene, la seconda figlia, che si chiama come mia sorella. Nella prima fase del nostro rapporto al centro della scena ci sono, dunque, le cene "Entry", iniziate in una casa di Via Chiana e poi proseguite nell'attuale casa di Via delle Egadi, dove anche tu sei stato. Le cene avevano due fuochi: il primo fuoco sbraciava all'ora di cena intorno alla tavola apparecchiata e nella caldissima compagnia della growing family di Flavio; il secondo fuoco bruciava dopo cena, quando restavamo in tre: Flavio Ivan ed io. Lì accadeva questo: nella penombra della stanza chiusa ad ogni rumore, Flavio ci suonava le sue canzoni. Non quelle dei vecchi dischi, ma quelle che aveva continuato a scrivere e che non aveva più pubblicato, quelle che stava ancora scrivendo, quelle in via di definizione. Si era diventati, l'ho capito solo più tardi, garzoni nella bottega del Maestro.


La seconda fase comincia nel 1998, quando Flavio mi diede l'unica copia manoscritta del suo non ancora pubblicato romanzo "Marco Polo", scritto nel 1984 durante la registrazione del disco. Me lo diede, penso, perché già scrivevo. Me lo diede e non mi disse nulla. Me ne innamorai non come di un testo e basta, ma come di un testo e ricerca. E gli dissi qualcosa. Lì, in quel preciso momento, iniziammo a collaborare. Per Ivan fu lo stesso: Flavio lo portò in Rai per montare alcuni suoi video o alcuni suoi programmi, non ricordo bene: ora Ivan, che si è trasferito in Inghilterra nove anni fa, lavora per Hollywood. In Rai Flavio, in verità, ha poi portato anche me. Si trattò di "Satisfaction", un programma dalla durata di un'ora dove il musicista invitato presentava, raccontandosi, i suoi dieci videoclip preferiti. Flavio mi coinvolse e facemmo due puntate. Io sceglievo i videoclip (ne ero all'epoca molto ghiotto) e Flavio mi portava alla videoteca Rai, dove ce li mettevano su un vhs. Tornati a casa li vedevamo uno alla volta e da ognuno estraevamo una parola chiave. Su quella parola chiave vestivamo un racconto. Da subito ci fu chiaro che non avevamo alcuna voglia di andare a raccontare i cazzi nostri, quelli di Flavio nello specifico, presentando i videoclip scelti, come erano soliti fare gli altri artisti invitati al programma. Ricordo che, mentre aspettavamo in coda per registrare la nostra prima puntata, Flavio mi disse, facendo il verso ad un suo collega che era in quel momento in studio: "Seee, ariccontace de quanno te se inculorno". La dimensione autocelebrativa, autobiografica della situazione, Flavio la deplorava. Una grande lezione applicata non solo alla vita, ma anche all'atto creativo: "In Arte l'autobiografia deve essere sempre presente, mai riconoscibile" mi ha spesso ripetuto il Mister. Avevamo deciso, infatti, di fare un vero e proprio raid letterario nello scrivere i testi di lancio dei videoclip, trasformando la canonica chiacchierata, la consueta parata di fatti personali, in uno strutturato racconto a maglie larghe. Avevamo così dieci video e dieci parole chiave. Praticamente dieci porte da aprire in una stanza lunga sessanta minuti, nella convinzione che ogni parola apre un linguaggio ed ogni linguaggio un mondo. E poi mentre Flavio era nello studio televisivo, durante la fase di registrazione, in faccia alla telecamera registrante, io mi mettevo di fronte a lui, sotto l'obiettivo, come una specie di gobbo muto e, nell'aiutarlo a ricordarsi i testi scritti la sera prima, gli facevo dei segnali in codice, gli facevo, ad esempio, una piramide a due mani se doveva dire Egitto, gli facevo le mani sul cuore se doveva dire amore: un tempo, vicino al sacchetto di terza base, era lui a farmi i segnali mistici del sacro gioco del baseball, ora le parti si erano invertite. Il garzone a quel punto, mi pare di poter dire, aveva lasciato la bottega e cominciava ad accompagnare il Maestro al cantiere. Voglio aggiungere una cosa, Giuliano, ci tengo a dire che questo lavoro esisteva perché Flavio era stato invitato, io non c'entravo nulla. Fu Flavio a volermi, a portarmi lì. Bada bene che era Flavio che andava in video, era Flavio l'artista, la faccia e il nome che interessavano al programma, avrebbe potuto benissimo scriversi da solo i testi, andare in studio e prendersi il compenso. Mi ricordo, addirittura, che neppure voleva farlo il programma, lo fece soltanto per portarmi, per scrivere qualcosa insieme. E poi, quando arrivarono i soldi, Flavio fece stecca para, come fa tuttora con i musicisti che lo accompagnano dal vivo. Stecca para, capisci, stecca para. Anche questo è Flavio. La seconda fase del nostro rapporto si chiude con la pubblicazione de "Il manuale del cantautore", punto d'arrivo di questa mia lunga fase d'apprendistato.


La terza fase, il nostro rapporto come è oggi, inizia quando Flavio mi mette in orecchio e in mano i primi testi de "La scomparsa di Majorana". Da quel momento, quando si va ad affrescare, l'allievo, se il Maestro è stanco, se il Maestro ha altro da fare, altro da pensare, prende il pennello e dietro un cespuglio disegna il muso di un cane che fa capolino fra le gambe incerte di una scena di folla in fuga dalla peste.


Cosa rappresenta Flavio per me? Flavio è per me un amico, un Maestro, un secondo padre.


Guido la tua collaborazione con Flavio inizia con il disco “Il manuale del cantautore”. Sei presente nel disco fra le persone che Flavio ringrazia. Mi diresti in che modo sei stato coinvolto nella realizzazione di quel lavoro?


Nei ringraziamenti c'è anche Ivan. Ci siamo perché eravamo diventati noi tre la Entry. Ci siamo perché le canzoni sono cresciute insieme e accanto a noi. E anche perché "Nesta, Nesta che grinta Nesta, che classe Nesta, che stop!" è merito mio... altrimenti sarebbe stato "che gol!".


“Il manuale del cantautore” era il primo disco che Flavio realizzava dopo tanti anni da “Marco Polo”. Credi di aver avuto un ruolo nel ritorno di Flavio in sala d’incisione? In caso contrario cosa o chi può

averlo spinto? O quale serie di fattori è stata determinante?


Flavio ha registrato, al momento, due trittici: quello analogico dei suoi primi tre lavori storici e quello digitale dei suoi ultimi tre dischi. Fra i due trittici passa molto tempo, ma secondo me il giusto tempo a che Flavio ricominciasse ad avere la voglia smarrita di pubblicare. Il fatto è tutto qui, perché le canzoni de "Il manuale del cantautore" sono state scritte fra la fine degli anni ottanta e il 2007. E non solo quelle: anche altre canzoni, che hanno poi trovato spazio nei dischi successivi, hanno preso scheletro in quel ventennio. E mettici anche le canzoni non ancora pubblicate e quelle dei due dischi in inglese in attesa di essere registrati: la maggior parte di esse nasce in quegli anni lì. E non è mai stato un trauma, un alibi, un motivo di fuga, per lui, l'avvento di internet, lo sviluppo rapido di nuove tecnologie, il passaggio dall'analogico al digitale, la piega social del mercato, l'indirizzo liquido della nuova fase di riproducibilità tecnica dell'opera d'arte. Non scordarti che la prima versione de "Il manuale del cantautore", l'Ep del 2002, è stata pubblicata con Vitaminic, un'etichetta nata on line e con una distribuzione esclusivamente web. Il motto della Entry, non a caso, è sempre stato "In tradition modernity". Flavio ha sulla testa le antenne dell'attualità, è, in fondo, ancora curioso come lo è un bambino. Non aveva voglia, semplicemente di pubblicare. Certamente, Giuliano: ho avuto un ruolo nel suo ritorno sulle scene. Inizialmente come quello d'un figlio che segue, a dieci metri di distanza, il padre al gorgo, per distrarlo dall'acqua ferma che sembra la pelle d'un serpente. Da compagno di viaggio, ora. Ma tutto dipende sempre dalla voglia che Flavio ha di farlo. Flavio, nutre incessantemente in sé il desiderio di suonare, di scrivere, di creare, di comporre. La sua non è necessità, è piuttosto urgenza. Ripone maggiore interesse alla creazione e alla ricerca che alla sua manifestazione, alla sua esternazione. Preferisce il nodo (meglio se gordiano) al pettine, il tentativo alla soluzione, l'insaputo all'assodato, le grandi rotte alle passeggiate. Per questo esiste la Entry: per affiancarlo, per sostenerlo, per tenerlo in grinta quando c'è da pubblicare, quando c'è da salire un palco, per dargli nuova bussola quando la buriana spazza via le stelle dal cielo e il viaggio da impegnativo diventa durissimo.


Come mai, secondo te, Flavio è stato così tanto tempo senza realizzare un disco? Mancava gente intenzionata a produrlo o c’è dell’altro? Mancavano le motivazioni, l’ispirazione o cosa?


Flavio, secondo me, ci ha messo tanto perché aveva bisogno e voglia di metterci tanto. Dopo "Marco Polo" e il conseguente distacco dalle major, Flavio, proseguendo il percorso di demolizione e ricostruzione della forma canzone già intrapreso, ha avuto bisogno di tempo prima d'arrivare a qualcosa che lo convincesse in pieno. Il lungo periodo di non pubblicazione, i venti e passa anni di silenzio discografico, non sono passati invano: al riparo da ogni tipo d'ingerenza extra-artistica, Flavio ha potuto con serenità e nell'assolutamente libera disposizione del proprio tempo e del proprio desiderio, camminare la sua esplorazione con il ritmo naturale delle sue inclinazioni. Una volta capito di voler uscire di nuovo allo scoperto, l'ha fatto. Nessun eremo, nessun ritiro, ma solo il fluire del tempo che a volte va giù come le rapide d'un torrente di montagna e che invece a volte incontra pianura e va più lentamente. Come ti ho già detto, lui ha sempre continuato a scrivere canzoni, non ha mai smesso. "Agua mineral", presente ne "Le promesse del mondo", l'ha cominciata da bambino e l'ha ripresa e proseguita durante tutta la sua vita, ad esempio. Ci sono altri due dischi già pronti e in attesa di definizione, iniziati a cavallo fra i due millenni, altre canzoni sparse in cerca di casa, la sceneggiatura cinematografica con la sua colonna sonora già composta, "Lawrence d'Arabia", ovvero il suo mancato quarto disco, un romanzo, un saggio scientifico e qualcos'altro ancora. Una cosa è scrivere, altra cosa è pubblicare. Con la Entry che cresce forse sarà più facile o più rapido riuscire a farlo, o magari no.

L'importante è che ci si diverta.


Circa le canzoni del “Manuale”: le hai viste nascere? Le hai ascoltate mentre Flavio le scriveva? Hai avuto un ruolo nella loro definizione? Eri un interlocutore privilegiato con cui Flavio si confrontava per quanto riguarda quei brani? Oppure le hai sentite quanto Flavio le aveva già pronte? Tutto ciò che sai sulla nascita di quelle canzoni è molto prezioso, qualsiasi tipo di episodio tu possa ricordare...


Le ho viste nascere, poi le ho viste crescere e alla fine le ho viste salutare la casa paterna. È stato per me un privilegio, una scuola, una cura. Le ho sentite suonare nella stanza della musica, al buio. Le ho viste poi modificarsi, ingrandirsi, sbagliare strada, snellirsi, ritrovarsi, compiersi: laboratorio unico, insegnamento senza lezione. Giuliano, Flavio non è insegnante, Flavio è maestro.

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