INTERVISTA CON GIULIANO CIAO SUL MIO APPRENDISTATO CON FLAVIO GIURATO (2/4)

Aggiornamento: 12 nov 2020

DURANTE E PER LA STESURA DELLA SUA MONOGRAFIA "FLAVIO GIURATO. LE GOCCE DI SUDORE PIÙ DURO", GIULIANO CIAO MI HA INTERVISTATO IN MERITO ALLA MIA COLLABORAZIONE, AL MIO APPRENDISTATO, CON FLAVIO. FU UN'INTERVISTA LUNGHISSIMA E GIUSTAMENTE GRAN PARTE DI ESSA NON SI TROVA NEL LIBRO USCITO CON LA CRAC EDIZIONI. NE PUBBLICO ALCUNE PARTI, IN AMORE E IN GRATITUDINE DEL MIO MAESTRO.


Che ricordi hai della realizzazione del “Manuale”, intendo per quanto riguarda la registrazione dei pezzi: come iniziò il lavoro? Come proseguì? In che modo si strutturava il lavoro? Quale era l’atmosfera che si respirava durante le registrazioni, ci furono delle divergenze, eccetera?


Del disco ho seguito solo la parte che riguarda i testi, la preproduzione in pratica. Ma l'ho seguita come orecchio e come corpo, non come lingua, non come poeta. Ero piuttosto pubblico che aiutante, ma un pubblico con diritto di parola... Sul resto non posso dirti molto, se non che due persone aiutarono tantisimo Flavio: Antonio Zedda e Giovanni Fumagalli. È grazie ad Antonio, ad esempio, che Flavio ha, dagli inizi del millennio, un suo sito internet ufficiale, e fu sempre Zedda ad occuparsi della prima versione de "Il manuale del cantautore", quella del 2002 con gli arrangiamenti di Toto Torquati ed uscita con Vitaminic. Anche a loro si deve che Flavio sia tornato ad avere voglia di pubblicare, di esternare, di manifestarsi.


Ci sono brani del “Manuale” di cui ti va di parlarmi in particolare, un brano che preferisci, qualcuno che ha particolarmente impegnato Flavio, qualcuno che subì delle modifiche, eccetera?


Flavio ama tantissimo questo disco e ha ragione, ma io, per qualche oscuro motivo, pur apprezzandolo tantissimo, non lo sento come sento gli altri. Qualcosa fra i suoi delicati margini mi sfugge o, piuttosto, essendo cresciuto con le canzoni di quel disco, una volta sentite registrate, arrangiate e suonate da altri strumenti che non fossero soltanto la chitarra acustica innescata dalle dita di Flavio nelle penombre della stanza della musica, avrò subito una sorta di shock sonoro che non mi si è mai tolto dalle orecchie. Tuttavia, ripeto, il disco mi piace molto. Penso che "Centocelle" sia uno dei capolavori di Flavio. certamente fra le canzoni politiche più belle della canzone italiana. È un omaggio sentito e non retorico a Sole e Baleno, due giovani anarchici morti suicidi in carcere, un tema a cui sono molto legato. Adoro anche il finale del disco. "I dinosauri" e "Mi-Lang", con tutte le loro ruvidità, creano un finale emotivo ed incontrollato, un ossessivo tappeto sonoro in costante volo sull'Italia dei rotocalchi, piccolo borghese, anemica, musealizzata. In volo sull'Italia indifferente che dimentica Ustica e che se ne frega dell'assurda e disumana detenzione di Silvia Baraldini, sull'Italia la cui Sinistra storica figlia ed erede della svolta di Salerno, si fa codina del capitalismo di Stato dell'Unione Sovietica da una parte e compartecipe morale del senso dello Stato Liberale Italiano dall'altra e che la vede, in questo suo farsi Governo e Sistema, appoggiare le cesoie del Patto di Varsavia giunte a Praga per potare una volta ancora i rametti fioriferi della sua Primavera. In fondo, credo, sia il disco più politico di Flavio, in bilico fra cronaca e Storia, in un costante saliscendi di registro e delirio controllato.


A disco terminato fosti contento del risultato?


A parte la copertina (se ne occupò la Interbeat con dubbio gusto), fui contentissimo del disco. In fin dei conti, per me, è stato come quando al compleanno arriva il tiramisù di mia madre. Era la prima grande cosa concreta che la Entry sfornava, dopo tanti anni di idee, intenzioni, progetti e lavori secondari.


Credo di aver letto da qualche parte che Flavio non fu in parte contento del lavoro, o almeno del modo in cui aveva lavorato con una casa discografica indipendente. Confermi? Eventualmente, perché?


Questo è il vero tasto dolente. Flavio non è mai stato contento, la Entry non è e non sarà mai contenta delle dinamiche accadute dopo la pubblicazione del lavoro. Non abbiamo mai avuto un sincero, cristallino ed amichevole rapporto di collaborazione con la Interbeat. Una volta pubblicato il disco, tutto si è volatilizzato. Sono mancate forme e dettagli, ma non mi va neppure di parlarne troppo. Da informazioni certe so che "Il manuale" ancora vende. E sono anni che vende. Poco, ma vende. Non abbiamo più avuto nulla. I rapporti con la Interbeat sono inesistenti. Contiamo, finanze permettendo, di ristamparlo noi. Del resto i diritti d'autore appartengono alla Entry.


Come fu accolto il disco? Mi racconti ciò che ricordi circa l’accoglienza, la critica.


Per farti capire come siamo alla Entry, non ne so molto. L'importante per noi era averlo fatto. Un'ingenuità pagata cara, un'acerbità che di certo ci appartiene e che ci apparterrà sempre, ma che in seguito abbiamo cercato di non assecondare, di non incentivare, di smorzare.


Dopo il “Manuale” fu la volta de “La scomparsa di Majorana”. C’è scritto nel libretto che tutta la lavorazione dei brani in pre-produzione fu curata da te. Cosa significa? Di cosa ti occupasti nello specifico? In che modo lavorasti e che apporto avesti sui brani? Se vuoi poni come esempio qualche canzone...


Da "Il manuale del cantautore" a "La scomparsa di Majorana" il mio contributo alla causa è cambiato: da ascoltatore con diritto di parola, Flavio mi ha voluto come preproduttore dell'intero lavoro, affidandomi la cura del vestito verbale del disco. Qualunque sia stato il mio contributo, Giuliano, a me piace dire che per me è stato davvero un privilegio accompagnare il mio Maestro al suo viaggio, a partire dall'inizio del sentiero fino alla fine del tragitto. Quanto io possa aver dato alla causa è sempre nulla rispetto a quanto io possa aver ricevuto imparando.


Immagino che le canzoni di questo disco tu le abbia viste nascere. Mi diresti tutto ciò che ricordi circa il percorso che condusse alle canzoni e poi alla realizzazione del disco? Intendo episodi circa la scrittura dei brani, prime impressioni, tutto ciò che riguarda il lungo periodo in cui l’idea di questo disco prese forma...


Il Mister mi ha sempre detto che la lavorazione di un pezzo avviene in due fasi: la prima fase, quella comunemente chiamata "ispirazione", è la salita, dove si pongono le basi della cosa e si mette dal nulla la cosa al centro d'un ragionamento, la seconda fase è la discesa, dove bisogna prendere le distanze dalla cosa, lasciarla riposare e poi rilavorarla di nuovo, con il sentire di nuovi ragionamenti. La salita, la nascita, è per Flavio (sia come tempi, sia come forze) poca cosa rispetto alla discesa, la crescita, ovvero la fase di lavorazione. Stando a bottega con Flavio questo ho capito. Se la salita è mettere, la discesa non è solo togliere, è anche mettere, aggiungere, orientare, spezzare, frammentare, riordinare, contraddire, arricchire, correggere, tentare, recuperare, cancellare, salvare, quadrare, smussare, spostare, illuminare, adombrare. Flavio mi ha sempre detto questo: "Non ti innamorare mai del materiale!". Stare a bottega con Flavio, significa imparare a mettere continuamente in discussione tutto, in una tensione quasi eterna di ricerca, in uno spietato saliscendi fra patibolo e sala parto, in un abbraccio fecondo ed inevitabile fra la culla e la sempre possibile lama che ogni parte della canzone, anche la più riuscita, può vedersi lanciata addosso. Questo, perlomeno, ci ho voluto imparare io.

Lavorare con Flavio significa rinunciare agli appoggi, alle leve, significa disporsi ai bordi dell'impalcatura con il pepe al culo, pronto a saltare da un momento all'altro, perché i ponteggi possono crollare all'improvviso. Questo è come Flavio lavora: passa giorni, settimane, mesi, talvolta anni, nella sua stanza della musica costruendo e smontando i suoi materiali in cerca di forma, portando allo stremo la lavorazione, fino a quando pensa che non ci siano ulteriori margini di miglioramento. Accompagnarlo in questo è di certo più importante per me che per lui.


Anche in questo caso: che ricordi hai della realizzazione di “Majorana”, intendo per quanto riguarda la registrazione dei pezzi: come e dove iniziò il lavoro? Come proseguì? In che modo si strutturava il lavoro? Quale era l’atmosfera che si respirava durante le registrazioni, ci furono delle divergenze, eccetera? Tutto può essere prezioso.


Finito il lavoro di preproduzione, Flavio cominciò ad andare spesso a Pian di Scò, nel Valdarno, fra Arezzo e Firenze, dove Piero Tievoli aveva trovato per lui una situazione ideale: Andrea Cozzolino, un giovane fonico, aveva costruito uno studio di registrazione a casa sua. Però di questo ti potrà parlare meglio Piero. Io non ho seguito questa fase, la fase della produzione vera e propria, anche perché ho passato un intero anno senza sentire e vedere Flavio. Ho avuto dei problemi personali molto seri, mi ero chiuso a tutto, anche a Flavio. Però so che Flavio aspettò un anno le chitarre di Tievoli e fece benissimo. Il lavoro che ha fatto Piero è incredibile: ha saputo maneggiare il magma del disco come fosse una delle sue chitarre, ha messo i giusti guanti, ha saputo accordare al bosco narrativo dell'opera una specie di cotone sonoro, di fischiolata discreta, come quello della merla nei suoi proverbiali tre giorni, prendendosene cura lentamente, con calcolato rispetto e con la visione che un artigiano sempre ha quando se ne sta ore ed ore in bottega, in attese senza tempo, semplicemente cercando il momento dei materiali, l'istante della forma. Adoro "La scomparsa di Majorana", sembra il disco di un pischello di vent'anni alla ricerca dei limiti dell'espressione musicale. Sono rientrato in me e alla Entry giusto in tempo per la pubblicazione del disco. Se ho dei meriti, al di là dei cinque anni di lavoro di preproduzione fatti gomito a gomito con Flavio nella stanza della musica, stanno nel fatto che il disco sia uscito: Flavio ad un certo punto non voleva neppure pubblicarlo. È stata l'unica divergenza che abbiamo mai avuto, ma mi pare sia valsa la pena insistere e, per un paio di giorni, scontrarmi con lui. È con questo disco che la Entry diventa un'etichetta vera e propria, gestendo dall'inizio alla fine l'intero percorso artistico, "sporcandosi" per la prima volta le mani anche con gli scivolosi e grassi ingranaggi del processo produttivo.


Piero Tievoli, oltre a suonare nel disco, ne fu il produttore. Quanto pesò il suo ruolo nel tipo di suono, molto essenziale ma allo stesso tempo molto raffinato, che ha “Majorana”? Come descriveresti il temperamento di Piero?


Questa domanda mi fa capire quanto sia assurdo che io non abbia mai incontrato Piero. Ma questo posso dirlo con certezza: il peso di Piero, nel disco, è leggero ed al contempo decisivo.


C’è qualche aneddoto o qualche episodio che ti andrebbe di raccontarmi circa “Majorana”?


Come aneddoto: il giorno prima della messa in stampa del disco, la copertina di Claudio Lorenzetti e Beatrix Forstner non rientrava nei canoni tipografici della fabbrica, per motivi esclusivamente tecnici. Ho fatto le tre di notte con Umberto Petrocelli, un formidabile artista molisano, che ci ha dato una grande mano ad uscire dall'impasse.

Come retroscena: il disco si sarebbe dovuto chiamare "La grande distribuzione". A me questo titolo non piaceva, pareva potesse essere frainteso in chiave polemica e allora scegliemmo il titolo che ha ora, che è molto più intrigante, elegante ed al contempo fedele all'anima del lavoro, che è un lavoro danzato fra i bordi delle penombre, dei chiaroscuri, un'opera potentemente di nicchia.


Ci sono brani di cui ti va di parlarmi in particolare, un brano che preferisci, qualcuno che ha particolarmente impegnato Flavio, qualcuno che subì delle modifiche, eccetera?


Vado a volo d'uccello, cercando di essere sintetico. "I cavalieri del Re" resta a tutt'oggi il mio brano preferito dell'album. Quel "ci saranno dei bambini/respirando con le canne/ci saranno dei bambini/nelle tane delle talpe/ci saranno dei bambini sulle chiome e tra le fronde/sarà pieno di bambini/tutto il bosco delle Querce//con le micidiali cerbottane/e con le fionde" è uno dei testi più belli che Flavio abbia mai scritto. A me, da subito, ha fatto pensare al cortometraggio di Cecilia Mangini "La canta delle marane", uno dei momenti più alti del nostro Cinema. L'intera parte centrale del disco, se ci pensi, è un'incessante ricerca sull&#